Come le recenti poesie di Giselda Pontesilli, anche questi racconti di Daniela Tomerini (<Segreti per una vita di qualità>, Il Filo) prendono disinvoltamente le mosse da una rivisitazione del concetto – si dirà meglio: del sentimento – di <commercio>. L’uomo che si inventa queste storie, e che ci si presenta per rapidi, sapidi cenni biografici nell’ <avviso> premesso a cornice, è un ex rappresentante di commercio, che presumiamo abbia lavorato nei fatidici anni in cui le aziende si riempivano la bocca – se non anche le tasche – con quel vero e proprio uovo di Colombo che era la scoperta del fattore <qualità>. Fiutato l’imbroglio, quest’uomo ha poi cambiato mestiere: ma, basta intendersi, non è che sia divenuto del tutto estraneo né alla <qualità> né al <commercio>. Semplicemente, ha scoperto che si danno altri modi – più autentici – per declinarne l’essenza. Queste pagine – i veloci, magati racconti che vi si distendono – ne offrono alcune sorprendenti declinazioni.
Riga dopo riga, la Tomerini squaderna il suo coloratissimo ventaglio di incanti: facendo sì che l’aria continui a scompigliare i tratti netti (e forse, per certi versi, esemplari) dei singoli disegni. Ora, la Tomerini non dimentica mai di abitare gli spazi angusti della città: ma proprio negli interstizi, dagli interstizi della città, e dei suoi <commerci>, vengono letteralmente <secreti> gli umori, e i <commerci>, che possono dare senso, respiro e sollievo alle nostre vite stipate lì dentro. Con una leggerezza e una fantasia che non finiscono mai di sorprenderci, prendono forma davanti ai nostri occhi treni con scompartimenti speciali per acconciare i capelli, bar dove si va per piangere e bar dove si va per ridere, supermercati da cui la nostra auto potrà uscire come nuova, metodi per ascoltare il vento e parlare ai cani, un puntuale servizio di sosia per lenire la malinconia di chi non può più incontrare le persone lontane o perdute…
Così, benché toccati in ogni parola dalla grazia (la stessa grazia straziante che incontriamo nelle pagine di Robert Walser, ma anche di due altri scrittori elvetici a noi contemporanei, Peter Bischel e Jürg Federspiel: la Tomerini, che ora vive a Milano ed è anche pittrice, nasce in Valtellina, e l’aria che ha respirato da piccola non sarà stata poi così diversa…), benché fibrillanti di continui stupori, questi racconti non possono non misurarsi con il dolore, la malinconia, lo sperperarsi delle occasioni (<quelle strane combinazioni che ci hanno fatto incontrare e poi perdere di vista>) – o con l’aridità della terra in cui pure dobbiamo camminare. Ma, semplicemente, continuano a sognare che, per ogni luce che si spegne, almeno un’altra, piccola luce possa accendersi: che l’arsura da cui siamo assediati possa venire bagnata da improvvisi zampilli di acqua freschissima: che la vita possa essere sempre un imprevisto, e che alla fine sia comunque bello ricordarsi di tutto.
Il chiarore, la freschezza, il batticuore intenso e tranquillo che ci prende di fronte all’apparire o al ritorno di un volto, e poi l’ordine – un ordine lieve in cui si riesca a respirare con naturale e felice libertà –: questi sono i doni che Daniela Tomerini non si stanca di chiedere, con caparbia umiltà, alle nostre giornate. E che intanto ha trovato qui, in questo libro: pronti a far fiorire la grazia mobilissima, lucente e leggera di ogni parola.

Stefano Lecchini